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 .-°Isis°-. *La dea dai diecimila nomi*
 Group: DeaPosts: 305 Location: ^Il mio tempio a File^..ma anche la Terra di Mezzo,Sephiro,il Regno della Luna,Forks... Status:  | |
| Lo schieramento delle imbarcazioni per la battaglia navale prevedeva all'epoca che le flotte si posizionassero una di fronte all'altra a formare due semicerchi concentrici, divise in tre gruppi. A differenza degli scontri terrestri però il gruppo centrale degli schieramenti era più debole, per consentire alle navi strette in mezzo alle ali di manovrare meglio senza disturbarsi reciprocamente.
Il lato nord dello schieramento di Ottaviano era comandato da Vipsanio Agrippa, che aveva di fronte Gellio Publicola, al centro Lucio Arrunzio fronteggiava Ottaviano mentre a sud Lurio fronteggiava Gaio Sosio. La nave di Antonio si trovava con Publicola, quella di Ottaviano con Lurio mentre la «Antonias», la nave ammiraglia di Cleopatra con la regina a bordo, si trovava alle spalle di Ottavio insieme ad altre 26 navi egizie, forse nel tentativo di riprodurre in mare lo stratagemma adottato da Cesare nella battaglia di Farsalo.
Le due flotte si fronteggiano, vicine ed immobili, fino a mezzogiorno quando all'improvviso Sosio muove le sue navi verso sud in direzione dell'isola di Leuca e si scontra con Lurio dando inizio alla battaglia. I motivi del movimento improvviso di Sosio sono sconosciuti: qualcuno sostiene che era concordato, altri invece ritengono che volesse abbandonare Antonio al proprio destino. Comunque sia l'azione di Sosio incanala la battaglia secondo i piani di Agrippa: attendere l'avversario e arretrare lentamente in mare aperto per sfruttare gli spazi con le proprie navi, molto più agili da manovrare.
Lurio inizia piano piano a retrocedere e lo stesso fa Agrippa dal lato opposto, mentre Arrunzio resta fermo al centro davanti ad Ottaviano. Poiché il nemico non accenna ad aprirsi Agrippa decide di prendere un rischio e fa muovere bruscamente le navi verso il largo; Publicola cade nel trabocchetto e lo segue, allontanando le sue navi sia l'una dall'altra che dal centro dello schieramento. Ottaviano, per tenere unita la formazione, è costretto a spostarsi a nord e viene chiuso da Arrunzio. Questo spostamento crea un varco in mezzo che potrebbe essere sfruttato dalle navi di Cleopatra, ma la regina decide inspiegabilmente di utilizzarlo per fuggire. Antonio vede la sua amante in fuga e non si preoccupa più della battaglia ma solo di inseguirla, lasciando flotta ed uomini al loro destino.
Inizialmente gli uomini di Antonio non si accorgono di essere stati abbandonati dal proprio comandante e si battono valorosamente (Velleio Patercolo scriverà: «i soldati si comportarono come il migliore dei comandanti e il comandante come il più vile dei soldati»; Patercolo, II.85.5), ma la battaglia è da considerarsi perduta. Una flotta composta da navi troppo lente e meno agili, con troppa distanza fra una nave e l'altra, non può sopportare anche l'inferiorità numerica che con la fuga delle navi egizie è diventata notevole. Le navi romane hanno gioco facile nello sfuggire ai tentativi di speronamento col rostro, poi iniziano ad attaccare le imbarcazioni avversarie una ad una e, trasferendo sulle navi avversarie i soldati mediante il rampone, vi combattono corpo a corpo ed infine ne incendiano le vele, affondandole.
Verso sera gli uomini di Ottaviano hanno già affondato 40 navi avversarie e ucciso 5000 soldati mentre le cento navi superstiti fuggono alla rinfusa verso il golfo di Ambracia. Per Ottaviano è un gioco da ragazzi chiudere il golfo con la propria flotta ed attendere la resa, che avverrà il giorno dopo. La resa della flotta di Antonio e Cleopatra fu favorita dalla voce circolata fra i soldati che Ottaviano prometteva «salva la vita e terre in Italia» a chi avesse consegnato le armi. In effetti i vinti furono graziati e vennero fatti sbarcare in Italia dove in realtà vennero abbandonati a sé stessi e infine si rivoltarono. Ottaviano inviò il fedele Agrippa a stroncare la rivolta e rimase ad Azio ad organizzare l'inseguimento di Antonio, ma dall'Italia gli riferirono che per sedare i tumulti erano necessari i rinforzi e la sua presenza. Sbarcato a Brindisi si aspettava di dover ancora combattere mentre venne invece accolto da una delegazione di senatori che lo informarono della vittoria contro i rivoltosi e della nomina a console per il quarto anno consecutivo. Poté quindi partire a caccia del rivale.
La vicenda di Antonio e Cleopatra ebbe invece risvolti grotteschi quando Antonio raggiunse la regina in mare aperto e venne da questa ignorato (Plutarco, Antonio, 67). Nella sostanza si può dire che il condottiero romano non recuperò più dalla delusione e dall'umiliazione subite. Nell'agosto del 30 a.C. Ottaviano invase l'Egitto e Antonio gli si fece incontro alle porte di Alessandria ma il suo esercito, messo in piedi in fretta e furia, fuggì all'apparire dei romani. Questa ultima umiliazione spinse Marco Antonio al suicidio.
Quando Ottaviano entrò vincitore ad Alessandria, senza praticamente combattere, la regina Cleopatra tentò di sedurlo, come già aveva fatto con Cesare prima e con Antonio poi. Ottaviano non cedette perché Cleopatra aveva perso con l'età buona parte del suo fascino. La regina capì chiaramente il suo destino: sfilare per le strade di Roma come un trofeo di guerra. Allora si uccise, secondo la leggenda facendosi mordere da un aspide al seno.
Queste vicende, oltre a suscitare emozione profondissima nella cittadinanza romana, ispirarono opere poetiche, come la famosa ode I, 37 di Quinto Orazio Flacco e il Carmen de bello actiaco di Cornelio Severo.
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